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The Musician Gluck and the Rosary

    The music-master of the unfortunate Marie Antoinette of France, was as distinguished a Christian as he was a brilliant musician.  Like most great composers, Christopher Gluck began to learn music under the mystical dome of a Cathedral. One day, when he was leaving the choir, where he had sung the praises of God in a marvellous manner, he was met by a poor religious, who, full of emotion, embraced him, congratulating him on his splendid talent.

    "Truly, I have nothing to give you as proof of my appreciation, my friend,"  said the monk, "nothing but this Rosary, keep it in remembrance of Brother Anselm, ad promise me to say it daily in honour of the beloved Mother of God.  This practice will bring you happiness, my young friend, and if you are faithful to it, I have a sure presentment that heaven will bless your endeavours, that you will become great before men, and one day worthy to join in the heavenly songs of Paradise."  Moved by these words, the young choir-boy took the Rosary, promising to say it as long as he lived.

    Entering on man's estate, Gluck had already given such splendid proofs of his intellect, that his parents made up their minds to send him to Rome, there to continue his musical studies.  But how could anyone without means accomplish the journey from the Imperial City on the Danube, to the metropolis of the Christian world?  Gluck did not, however, lose courage, but humbly and full of confidence he said his beads.  His prayer was heard, and some days later, he and a companion, started for their wished-for goal.

    He remained twenty years in Italy, and faithfully kept his promise to Brother Anselm.  In after years, during frequent stays at the Courts of Vienna and Versailles, he often had the courage to tear himself away from the delights of a brilliant entertainment, or an attractive conversation, in order to say his Rosary in a recess of the royal salon.  Thus Gluck sanctified his life, and on the day that the renowned musician gave up his soul to God, his hand still clasped the Rosary of Brother Anselm.

(MARIA SANCTISSIMA; Rev. Dom Joseph A. Keller; English trans. and edition by O.S.B.; R. & T. Washbourne; 1899)

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  Cristoforo Gluck

    Cristoforo Gluck, uno dei più grandi ingegni, di cui mena vanto l'Alemagna, maestro di musica della regina Maria Antonietta, nacque nel 1714, da poveri genitori ma onesto, e ferventi cattolici.  Quest'uomo, che vivendo di mezzo ad una società datasi in preda alla malaugurata filosofia, onde è infame il passato secolo, era in gran risico di lasciarsi traviare sino forse a perder la fede, quest'uomo dovette ad una provvidenza speciale del Cielo il tenersi fermo nelle credenza della sua famiglia.  

    Siccome i più dei gran maestri, Gluck avea cominciato as apprendere l'arte sua sotto le gotiche volte di un'antica Chiesa.  La voce del giovinetto era sì bella, e la espressione erano sì ingenua ed attraente, che il numero degli assistenti ai divini uffici aumentava d'assai ogni volta che il piccolo Cristoforo doveva cantare.  

    "Nulla, ben disse uno dei suoi biografi, nulla è più acconcio as avvivare il sentimento religioso in un'anima ardente, che l'esercizio dell'arte musicale tra le mura del santuario".  Ed oh! quante volte il fanciullo Gluck versò dolce lagrime di tenerezza volgendo gli occhi ai finestroni del coro, allorchè l'organo ne facea di nobile e severa armonia risonare le volte, e il sole gittava gli ultimi suoi raggi dorati attraverso i cristalli, i cui mille colori brillavano di luce pura e raggiante!

    Un giorno, che Gluck uscia dal coro, dopo aver cantato in guisa ammirabile un pezzo di Clari, gli si fece innanzi un povero monaco, che con gli occhi ancor molli di lagrime, se lo strinse al seno, rallegrandosi con lui di sì grande attitudine, che egli avea a commuovere gli animi.

    "Io poverello", disse il monaco, "non ho cosa sa donarvi, o picciol mio amico, quale pegno della mia ammirazione, tranne questo Rosario. . .  Ma voi serbatelo in memoria di frate Anselmo, e sopratutto promettetemi di recitarlo ogni sera ad onore della santa Madre di Dio.  Questa divozione vi porterà bene, o mio giovane amico; e se vi ci terrete fedele, il Cielo, io ne ho il segreto presentimento, benedirà ai vostri sforzi; diverrete grande dinanzi agli uomini sulla terra, e degno un giorno delle celesti armonie del Paradiso."

    Cristoforo, maravigliato e commosso alle parole del monaco, prese rispettosamente il Rosario, e promise di recitarlo sino a che gli bastasse la vita.

    Giunto ai quindici anni, il giovani Gluck avea già dato ai suoi genitori tali pruove da essere innanzi tempo assenato, onde suo padre, il quale avea numerosa famiglia, fece assai lieve opposizione al divisamento che Cristoforo avea preso di recarsi a Roma per continuarvi i suoi studi musicali.  Ma come fare il viaggio?  Come mai, solo e non ispalleggiato da alcuno, tramutarsi dalla capitale dell'Austria all'eterna Città, privo, com' egli era, delle cose più nedessarie?

    Ei non si lascia punto disanimare: egli, che dovea essere un giorno il protetto di due regine della terra, di Maria Teresa e Maria Antonietta, pieno di confidenza nella Regina del Cielo, altro non fece che recitar più devoto la salutazione angelica sulla povera, ma preziosa corona di frate Anselmo.

    Una sera mentre Gluck, seguendo la sua pia consuetudine, terminava di recitare il suo Rosario, si picchia all'uscio dei di Lui genitori. . .  Era il Maestro di cappella di S. Stefano di Vienna, il quale, avuto commissione di andare in Italia a raccogliervi le opere del Palestrina, venìa a nome dell'Arcivescovo, per chiedere al padre il giovani Cristoforo da menarlo seco qual segretario.

    Chi potrebbe dire la gioia di Cristoforo, e la sua gratitudine verso Maria?

    Nei vent'anni, che ei passò in Italia, sempre fedele alla promessa fatta a frate Anselmo, non lasciò neppure un giorno di recitare la sua corona.

    Reduce a Vienna, e più tardi ricolmato d'onori alla corte di Versaglia, egli sapea anche togliersi alle dolcezze delle più grate conversazioni, per ridursi a recitare, in un angolo della sala reale, in cui era ammesso del pari che ogni più illustre personaggio, il Rosario che egli appellava il suo breviario.

    Con l'animo sì ben disposto alla religione, Gluck passò l'intiera sua vita; e la sua mano, che aveva scritto testè un magnifico De Profundis, stringea ancora il Rosario, allora massimamente bene usato, di frate Anselmo, in quel dì, che colpito di apoplesia fulminante consegnò la sua dell'anima a Dio nel 1787.

(CENTO ESEMPI per il Mese Mariano; Raccolti dal Sac. Prof. Sebastiano Lisi; Giarre; 1894)